Numero Diez intervista Stefano Bizzotto

Stefano Bizzotto, volto storico della Rai, è intervenuto in esclusiva ai microfoni di Numero Diez toccando vari temi. Giornalista e telecronista sportivo, ha commentato i Mondiali disputati in Qatar al fianco di Daniele Adani. Bizzotto ci ha raccontato il suo percorso nel mondo del giornalismo, spiegandoci come abbia cominciato da realtà locali per poi approdare a La Gazzetta dello Sport e in Rai. Inoltre Bizzotto ha espresso il suo giudizio sul Mondiale in Qatar e, infine, ricordato Pelé con degli aneddoti legati al suo passato. Di seguito l’intervista completa a Stefano Bizzotto:

Qual è stato il tuo percorso nel mondo del giornalismo? 

“Io sono di Bolzano, ho iniziato durante il liceo a collaborare con il giornale di Bolzano. Poi dopo un po’ di tempo ho cominciato a lavorare per La Gazzetta dello Sport: all’epoca era facile reperire informazioni sul calcio di area tedesca grazie ai giornali e alle televisioni. Non c’erano cellulari, tv satellitari o internet, quindi eravamo avantaggiati. Ho cominciato a lavorare sul calcio tedesco, sono stato poi assunto dalla Gazzetta all’inizio del 1986 e ci sono rimasto 5 anni e mezzo. Poi nel luglio del ’91 sono passato alla Rai”.

Ritieni che alla tua epoca fosse più semplice entrare nel mondo del giornalismo rispetto ad oggi? 

 

“Il mio è stato un percorso anomalo, atipico, legato alla mia collocazione geografica. Era un’epoca in cui era difficile avere un controllo dell’informazione come la si ha oggi. Io ho colto l’attimo quando ho avuto queste possibilità, dal giornale di Bolzano fino alla proposta della Rai. È chiaro che oggi è tutto più complicato, io so di percorsi molto complessi e accidentati di giovani che si avvicinano a questa professione. Poi 40 anni fa le scuole di giornalismo muovevano i primi passi, adesso chi sceglie questa strada passa attraverso l’università, le scuole di giornalismo e i master. È tutto pianificato ma c’è una domanda da parte dei giovani enorme rispettoa. quando ho cominciato io”. 

Hai cominciato fin da subito con il calcio o ti sei occupato di altri sport? Ti occupavi anche della telecronaca di quest’ultimi?

“Quando collaboravo con il giornale di Bolzano seguivo tutto lo sport cittadino, in particolare calcio, pallavolo, ciclismo e pattinaggio in inverno. Quando cominciavi come ragazzo “di bottega”, all’epoca dovevi essere pronto a fare tutto. Prima di arrivare in Rai di telecronache non ne avevo mai fatte: ho preso in mano un microfono per la prima volta quando sono entrato in Rai. Temevo che fosse un salto nel buio, poi in qualche modo è andata. Quando ho iniziato lavoravo solo con la carta stampata, non ho mai fatto neanche radio private”. 

Di quali sport ti sei occupato dal momento della tua entrata in Rai? Quanto è stato difficile, all’inizio, prepararsi su sport mai trattati prima?

 

“Sono entrato nella redazione di Rai Sport all’inizio del ’95, eravamo pochi e c’era bisogno di tappare tanti buchi. Mi è stato chiesto di commentare, per esempio, i tuffi. Prima di iniziare a seguirli in Rai non mi ero mai occupato di tuffi. Quando mi hanno detto che sarei diventato il telecronista dei tuffi Bolzano era il Centro Federale più importante, lì si allenavano tutti gli atleti più forti. Contattai subito il responsabile Giorgio Cagnotto (padre di Tania ndr) e gli spiegai che dovevo documentarmi”.

Per un mese circa andai tutti i giorni in piscina per seguire gli allenamenti, prendendo appunti e imparando i termini tecnici. È stato complicato, ma ancora oggi lo è: giudicare in tempo reale un tuffo è difficilissimo, non a caso è fondamentale la presenza del commentatore tecnico al fianco del telecronista. All’epoca documentarsi era un’impresa, oggi va un po’ meglio ma ci sono comunque pochissimi siti specializzati sui tuffi. Ancora oggi è abbastanza complicato raccogliere informazioni, rimane un territorio parzialmente inesplorato”. 

 

Lato telecronaca calcistica: qual è stata la partita più emozionante che hai commentato?

“Sicuramente la finale dell’Europeo 2021. Quella partita l’ho commentata solo perché il collega Rimedio era positivo al Covid-19, è una telecronaca che non avrei dovuto fare. Quando mi è stato detto di farla è diventato un momento cruciale nel mio percorso professionale e mi ha regalato un’emozione enorme. Poi ci sono anche partite di rilevanza minore, che magari la gente non ricorda, che per me sono un ricordo bellissimo. Io ho seguito il Senegal nel 2002: quando si è qualificato ai quarti di finale ed è stato eliminato al golden gol, ricordo la gioia e la disperazione dei senegalesi ed è una cosa che mi porto dentro”. 

Cosa ne pensi dell’assegnazione della Coppa del Mondo al Qatar?

“Sarebbe stato meglio non farla lì, però l’assegnazione risale a 12 anni fa. Protestare un mese prima del Mondiale mi sembra fuori tempo massimo, a quel punto ormai la macchina si era messa in moto e il Qatar aveva organizzato il Mondiale. Poi restano le contraddizioni sui diritti dei lavoratori e delle minoranze, però le forme di dissenso arrivate sono state una risposta tardiva. Poi sarebbe stato meglio non farlo lì, visto che questo ti ha costretto a organizzare il tutto a novembre e dicembre per motivi climatici. Il Mondiale in Qatar, però, ha avuto anche i suoi vantaggi: non ci sono stati gli spostamenti che di solito caratterizzano una Coppa del Mondo”. 

Qual è stato il clima vissuto in sala stampa alla notizia dei due giornalisti morti? 

“Mi fermo al giornalista americano: chi lo conosceva bene è rimasto scosso, io non lo conoscevo ma è sempre triste apprendere di un collega che muore ma la mia partecipazione emotiva è stata diversa rispetto a quella di qualcuno che lo conosceva. Poi qualcuno ipotizzava che si trattasse di assassinio perché si era rivolto con termini critici verso il Qatar, ma l’autopsia ha rivelato le circostanze naturali della morte”. 

L’Argentina ha riportato la Coppa in Sudamerica: vittoria meritata?

“Se lo chiedi ai francesi ti dicono di no, vista l’occasione sprecata da Kolo Muani. C’è sempre una componente di casualità nell’assegnazione di un titolo mondiale: l’Argentina ha colto l’attimo e ha avuto il miglior Messi (in Nazionale) di sempre. Senza di lui sarebbe finita diversamente, però ha vinto facendo vedere anche momenti di bel calcio. I comportamenti antisportivi? In Olanda-Argentina ho commentato uno dei peggiori momenti del Mondiale, gli argentini nella circostanza si sono rivelati dei pessimi vincenti. Anche alla fine ho visto Messi apostrofare non bene un olandese, c’era molta tensione, ma dei professionisti come loro potevano risparmiarsela. Martinez? Dopo la finale ha dato un pessimo esempio, si è giocato tanta credibilità. Dopo aver vinto dovresti esserti liberato di ogni scoria di nervosismo e di tensione, è stata una bruttissima figura in mondovisione”.

Come hai vissuto la cavalcata del Marocco, prima semifinalista africana nella storia dei Mondiali? 

“Il Marocco l’ho fatto contro il Belgio nella fase a gironi e nella finalina con la Croazia. Le vittorie-clou negli ottavi e nei quarti non le ho vissute da telecronista, le ho viste in tv. E devo dire che in semifinale, per lunghi tratti ha giocato meglio il Marocco. Purtroppo per loro, oltre all’undici titolare c’era poco e in difesa hanno perso un giocatore dopo l’altro. Hanno pagato una coperta corta, ma hanno dimostrato di avere qualità enormi e ci hanno fatto scoprire giocatori come Ounahi e Boufal, che conoscevamo poco o nulla. Devo dire che il Marocco non ha rubato nulla per arrivare dove è arrivato”. 

Qual è la squadra che ti ha deluso di più?

“Sicuramente la Germania, che in realtà rispetto al 2018 è uscita facendo vedere anche del calcio disceto. Ha pagato il blackout con il Giappone e la carenza di difensori. Poi mi ha deluso anche la Danimarca, di cui mi ero innamorato all’Europeo anche per la partecipazione emotiva dopo la vicenda legata ad Eriksen. Anche Spagna e Belgio mi hanno deluso chiaramente, nell’ordine direi Germania-Danimarca-Belgio-Spagna”

L’epoca di Ronaldo era finita già prima del Mondiale?

“Era finita l’epoca del Ronaldo che vinceva da solo le partite. Rimane un giocatore che il suo lo fa, paragonato a Messi è invecchiato diversamente. Messi è consapevole di non essere più il giocatore di dieci anni fa, ma ha saputo resettare e costruirsi una nuova dimensione di giocatore altrettanto importante per la squadra. Ronaldo è rimasto prigioniero della sua figura, dimostrando di non saper gestire la fase calante della sua carriera. CR7 non accetta il passare del tempo“. 

Pochi giorni fa è venuto a mancare un campione come Pelé: è stato il più grande di sempre?

 

“Non c’è il minimo dubbio che sia stato il migliore della sua epoca. Quando vedo il gol contro l’Italia nella finale del ’70 penso che, a differenza di Messi e MaradonaPelé aveva anche il colpo di testa. Noi tante cose su Pelé le abbiamo sentite narrare da chi c’era, visto che nei primi anni della sua carriera c’erano poche immagini televisive e meno documenti. Poi il calcio è uno sport che fa sognare i bambini e che scatena la loro fantasia: il mio campione è stato Pelé e sono legato più a lui che a Maradona e a Messi perché era il più forte della sua epoca. Da bambino il calcio ti aiuta a sognare cose che non esistono nella realtà e ti fa galoppare con la fantasia, e quello che ha fatto Pelé per molti ragazzi è stato questo”.

fonte articolo e link:https://www.numero-diez.com/bizzotto-pele-mondiali/

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